Tutankhamun Etched in Firelight
Tutankhamun Etched in Firelight
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Tutankhamun Etched in Firelight comincia con il copricapo e lascia tutto il resto nascosto. Il nemes rigato si eleva sulla superficie come un campo di sottili graffi, con ogni striscia che cattura la luce come le nervature dell'oro sotto una lampada da museo, mentre il cobra e l'avvoltoio montano la guardia sopra la fronte esattamente dove tremila anni di rituale li hanno collocati.
Il volto è la silenziosa scelta dell'opera. Dove un pittore avrebbe aggiunto ombre e incarnato, qui non viene aggiunto nulla: le guance, la bocca, il peso dell'espressione sono lasciati come un ovale nero intatto, un silenzio al centro di tanti dettagli. Il volto più celebre dell'arte antica ci viene sottratto, e quel rifiuto diventa il vero soggetto del pezzo.
Il rosso porta qui il significato. È il colore del disco solare su cui Ra attraversava il mondo dei morti ogni notte, il colore del sangue e del deserto che ha inghiottito la tomba di un giovane re per tremila anni prima di restituirlo. Graffiata nel vetro specchiato colorato rosso intenso, la maschera sembra bruciare piuttosto che brillare, come se fosse ancora illuminata dalle torce che un tempo la trovarono nell'oscurità.
Nessuna pittura, nessuna stampa, nessun pigmento giace su questa superficie. L'immagine esiste solo dove il materiale è stato rimosso, un campo di segni individuali che il nero e l'oro piatti di uno serigrafo non potrebbero mai trattenere. Monumentale da un capo all'altro di una sala, da vicino si risolve in nient'altro che danno di superficie controllato e luce riflessa, struttura costruita per sottrazione.
Lo specchio non le permette mai di stare al di fuori dell'opera. La galleria intorno a essa, le sue pareti, i suoi faretti e il suo stesso profilo si depositano sulla superficie rossa tra i graffi, cosicché guardare Tutankhamun significa ritrovarsi a guardare indietro dall'interno del suo copricapo. La luce non crea questa immagine. La affina, approfondendo il contrasto senza mai far apparire o scomparire la maschera, così il faraone mantiene il suo dominio sulla sala che le luci siano alte o basse.
Quest'opera prosegue la serie Art on Mirror di Tijs Dragtsma, in cui immagini graffiate sono inserite nel vetro specchiato colorato e lo spettatore diventa parte dell'opera. Un linguaggio visivo in cui il danno non è distruzione, ma struttura, e in cui lo specchio trasforma il guardare in un partecipare.
"Anche un re dio conserva un volto che non le mostrerà."
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