The Gleam Dissolves to Dust
The Gleam Dissolves to Dust
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Un elefante fronteggia lo spettatore, le orecchie aperte come due grandi porte tenute spalancate, tutto il peso dell'animale raccolto in un unico sguardo fermo e quieto. Non c'è scampo in questa postura, solo presenza, il silenzioso confronto con qualcosa di molto più grande di noi, perfettamente immobile.
L'opera conserva ciò che l'occhio cerca per primo. La fronte corrugata, i profondi solchi della proboscide, il largo svolazzo delle orecchie emergono da un campo di segni individuali, denso dove il ricordo dell'animale è più forte, aperto e rado ai bordi dove quel ricordo comincia ad allentare la sua presa. Le zampe a malapena sopravvivono alla discesa sulla superficie, assottigliandosi in punti isolati prima di svanire nell'oscurità circostante, come se il terreno stesso avesse già lasciato andare.
E poi ci sono le zanne, la cosa stessa che l'occhio si aspetta di vedere catturare la luce. Qui reggono appena la loro forma. Ciò che dovrebbe splendere si è già arreso al vuoto intorno a sé, il bagliore che si dissolve in polvere prima di raggiungere mai la superficie. È il segno più chiaro di come funziona questa serie, togliendo piuttosto che aggiungendo, lasciando che l'assenza porti ciò che la pittura o la stampa non potrebbero mai.
Un elefante è sempre stato un portatore di memoria e di peso, una creatura che sembra tenere la storia nella propria pelle. Visto così, ridotto alla profondità e all'ombra, quella storia sembra sospesa a metà del suo svanire, ancora potente, ma già assottigliandosi in qualcosa di più vicino al ricordo che al fatto.
Da un capo all'altro di una stanza l'immagine si raccoglie in qualcosa di monumentale e immobile, una silhouette scura con un'unica presenza. Da vicino si apre in un campo di profondità, ogni segno separato, il tutto tenuto insieme solo dalla disponibilità dell'occhio a completarlo. L'immagine è sempre presente. La luce e l'angolo non decidono cosa c'è, approfondiscono soltanto il contrasto e la profondità dei segni.
Quest'opera prosegue la serie Art with Void di Tijs Dragtsma, in cui l'immagine è costruita attraverso la profondità e l'assenza piuttosto che attraverso la pittura o la stampa. Un linguaggio visivo in cui l'assenza non è vuoto, ma presenza.
"Ciò che splendeva una volta riposa ancora nel buio, affinato dalla luce, mai creato da essa."
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