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A Recline Scratched Into Light

A Recline Scratched Into Light

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Un orso polare ha sistemato una sedia a sdraio sull'unica superficie che gli rimane, occhiali da sole sul muso, zampe incrociate, completamente imperturbabile. A Recline Scratched Into Light trattiene quella disinvoltura nel suo momento più scomodo, l'istante prima che a qualcuno venga in mente di chiedere su cosa, esattamente, stia prendendo il sole.

Il vetro acrilico dà all'orso quasi tutto. Il suo pelo, il cuscino a strisce sotto di lui, la crosta di ghiaccio sotto le gambe della sedia, tutto ciò è formato da un campo di segni individuali lavorati direttamente nella superficie, cosicché l'intera figura reclinata raccoglie la luce nel modo in cui un corpo raccoglie il calore in vacanza. Una fonte dura cade dall'alto, e lui le risponde pienamente, pallido e luminoso su un nero che porta via tutto il resto.

Ciò che rimane scuro è la cornice che tiene insieme la scena: le linee sottili della sedia, la pozza d'ombra sotto di essa, gli occhiali da sole che proteggono i suoi occhi da un sole che, qui, è l'ultima cosa che dovrebbe voler vedere. Anche il suo comfort ha un filo tagliente, un corpo rilassato che riposa su un terreno che, per sua stessa natura, sta già scomparendo.

Nessuna pittura. Nessuna stampa. Nessun inchiostro. I graffi che trattengono questo momento sono sempre lì, presenti che una luce sia puntata su di essi o meno. La luce non crea l'immagine, la affina, e l'opera si legge diversamente a seconda di dove ci si trova, senza che l'orso o la sua piccola isola galleggiante perdano mai la loro forma.

C'è qui una battuta silenziosa, e sotto di essa qualcosa di meno confortevole: con quanta facilità una crisi può essere travestita da vacanza, con quanta naturalezza ci rilassiamo in scene che dovrebbero allarmarci, con quanta frequenza lo spettatore, il compratore, il votante, il passante, tutti allo stesso modo, sceglie la sedia anziché la domanda. A Recline Scratched Into Light appartiene a In Plain Sight, una serie all'interno di Art with Scratch di Tijs Dragtsma, in cui le immagini vengono costruite attraverso danni controllati alla superficie piuttosto che attraverso pigmento o stampa, e in cui quegli stessi danni diventano un modo per chiedersi con quanta calma possiamo riposare su un terreno che stiamo già perdendo.

Un linguaggio visivo in cui il danno non è distruzione, ma struttura, e in cui un orso con gli occhiali da sole può dire più sulla negazione di qualsiasi titolo di giornale.

"La sedia rimane in piano. Il ghiaccio no."

Maggiori informazioni sull'artista, sul processo e sui materiali si trovano nella pagina Chi siamo.

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