A Door in the Dark
A Door in the Dark
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A Door in the Dark inizia con un corpo che ha già abbandonato i propri tratti. Non c'è più nessun volto da leggere, solo una silhouette, e all'interno di quella silhouette, una porta. La figura la apre dal centro del proprio petto, come se il luogo più profondo dentro una persona non fosse mai stato un cuore, ma una soglia.
Dietro la porta non c'è stanza né luce, solo una scala che scende senza fine, ripiegandosi in un vuoto senza stelle a segnarne la distanza. Il buio non si ferma all'ingresso. Si espande verso l'esterno, conquistando lentamente il corpo fino a quando non rimane quasi nulla se non la suggestione di una forma che un tempo era intera.
Questa immagine non esiste perché qualcosa è stato dipinto sul vetro acrilico. Esiste perché qualcosa è stato sottratto. Ogni linea della scala, ogni spigolo di quella porta impossibile, è un graffio controllato inciso nella superficie, un segno fatto dall'assenza piuttosto che dall'aggiunta. Da vicino, l'occhio trova solo un campo di graffi, una texture priva di significato evidente. Facendo un passo indietro, la figura si compone a partire da quel medesimo disordine, monumentale e immobile.
La luce è ciò che completa l'opera. Mentre scorre sulla superficie, la scala sembra respirare, il vuoto si approfondisce o si assottiglia, e il corpo si muove tra visibilità e sparizione, senza mai stabilirsi in uno stato fisso. Lo spettatore, semplicemente cambiando posizione, diventa parte del modo in cui il pezzo si rivela o si cela.
Sotto il surrealismo risiede un'idea più quieta, che le porte più difficili che apriamo non sono davanti a noi ma dentro di noi, e che scendere nella nostra stessa oscurità è a volte l'unico percorso verso la comprensione di cosa siamo fatti.
Quest'opera prosegue la serie Art with Scratch di Tijs Dragtsma, in cui le immagini vengono costruite attraverso danni controllati alla superficie piuttosto che con pigmento o stampa. Un linguaggio visivo in cui il danno non è distruzione, ma struttura.
“Alcune porte non conducono verso l'esterno. Conducono verso il basso, nell'oscurità che portiamo con noi.”
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