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A Blade Held Through Ruin

A Blade Held Through Ruin

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Un guerriero neoclassico si erge intrappolato tra il comando e il crollo, la testa china, una mano chiusa sull'elsa di una lama fermamente piantata al suo fianco. Il panneggio cade nelle pieghe disciplinate della scultura classica, un'armatura posata su una spalla come il ricordo di una battaglia già combattuta.

Eppure, là dove il suo torso dovrebbe reggere, il marmo cede. Il corpo si frantuma in una dispersione di frammenti, sospesi come se fossero colti nel mezzo del crollo, la pietra incapace di mantenere la propria forma. Ciò che rimane in piedi non è il corpo, ma la presa sulla spada.

Nessun colore. Nessuna stampa. Nessun inchiostro. Ogni linea di questa figura, dai riccioli dei suoi capelli ai frammenti che lasciano il suo petto, è incisa nella superficie del vetro acrilico, non applicata su di essa. L'immagine è sempre presente, visibile senza un solo riflettore puntato verso di essa. La luce non crea l'immagine. La affila, approfondendo il contrasto finché ogni frattura nel marmo non si legge con ancora maggiore nitidezza.

Passate oltre l'opera e la scena mantiene la sua forma mentre il suo umore cambia, il torso frantumato si avanza in un rilievo più netto, poi si assesta di nuovo nel silenzio. Si legge in modo diverso da angolazioni diverse, senza mai perdere la figura al suo centro.

Dall'altro capo di una stanza, il guerriero è intero, monumentale, composto. Abbastanza vicino da vedere la superficie stessa, quello stesso corpo si dissolve in un campo di graffi controllati, ogni segno una decisione silenziosa che rappresenta un crollo drammatico.

La lama che regge non è alzata in difesa. È piantata, lo ancora, l'unica linea certa in un corpo che non accetta più di restare solido. A Blade Held Through Ruin chiede cosa sia un guerriero una volta che l'armatura e la carne cedono, e trova la sua risposta nella presa stessa, in ciò che una mano si rifiuta di lasciare andare anche quando tutto il resto svanisce.

Quest'opera prosegue la serie Art with Scratch di Tijs Dragtsma, in cui l'immaginario viene costruito attraverso il danno controllato della superficie piuttosto che con pigmenti o stampa. Un linguaggio visivo in cui il danno non è distruzione, ma struttura.

"La presa regge. Tutto il resto è libero di cadere."

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